Lo scorso 11 marzo ho partecipato alla presentazione del libro Come fossi una bambola di Francesca Fialdini, scritto insieme allo psicoterapeuta Massimo Giusti. È stata una serata intensa, dedicata a un tema che riguarda molte più persone di quanto immaginiamo: i copioni relazionali che ci portano a entrare, spesso senza accorgercene, in dinamiche di dipendenza affettiva e manipolazione. Relazioni in cui si finisce per adattarsi continuamente all’altro, in cui si cerca approvazione, riconoscimento, amore e in cui, poco alla volta, si rischia di perdere la propria voce.
Il libro racconta proprio questo: come alcune persone si ritrovino intrappolate in schemi che sembrano ripetersi nel tempo, relazioni in cui ci si sente svalutati, manipolati o invisibili. E quando questi schemi vengono riconosciuti, qualcosa cambia. Perché smettiamo di recitare ruoli che non ci appartengono più.
Ed è proprio in quel momento che ho sentito una forte risonanza con il mio lavoro. Perché quegli stessi schemi relazionali non esistono solo nelle relazioni sentimentali: esistono anche nel mondo del lavoro.

Dipendenza affettiva e perdita della propria voce
Uno dei temi centrali emersi durante la presentazione è quello della dipendenza affettiva. Quando entriamo in una relazione di questo tipo accade qualcosa di molto sottile: poco alla volta iniziamo ad adattarci sempre di più all’altro, evitiamo il conflitto, rinunciamo a dire ciò che pensiamo davvero e cerchiamo continuamente approvazione. La relazione diventa uno spazio in cui si cerca di non deludere l’altro e, senza accorgercene, iniziamo a censurare parti di noi.
Questo meccanismo spesso ha a che fare con dinamiche di manipolazione relazionale. A volte è l’altro che utilizza strategie più o meno consapevoli per influenzarci; altre volte, in modo ancora più sottile, siamo noi stessi a limitarci per paura di perdere la relazione. La manipolazione non è sempre evidente. Spesso è silenziosa, indiretta, quasi invisibile. Può manifestarsi attraverso il senso di colpa, attraverso la paura di deludere qualcuno o attraverso il timore di non essere accettati se mostriamo davvero ciò che pensiamo.

La manipolazione più invisibile: quella che esercitiamo su noi stessi
Esiste però una forma di manipolazione ancora più difficile da riconoscere: quella che esercitiamo su noi stessi. Accade quando iniziamo a convincerci di pensieri che limitano il nostro comportamento. Frasi come “meglio non parlare”, “non è il mio posto intervenire”, “non sono abbastanza competente”, “gli altri sono più preparati di me” sembrano pensieri innocui, ma nel tempo diventano veri e propri copioni interiori.
Questi copioni finiscono per guidare il nostro comportamento. In altre parole, iniziamo a manipolare noi stessi prima ancora che lo facciano gli altri. E questa dinamica è molto più diffusa di quanto si immagini.
Nel mio lavoro di public speaking coach e trainer incontro ogni settimana professionisti, manager, medici e team leader. Persone con grande esperienza e competenza. Eppure capita spesso di osservare una dinamica sorprendente: persone brillanti che non riescono a esprimere pienamente il proprio valore.
Non perché non abbiano idee, non perché non sappiano comunicare e nemmeno perché manchino di competenze. Il problema è spesso più invisibile: portano dentro un copione che li porta ad auto-limitarsi. Questo copione si attiva automaticamente in alcune situazioni professionali, come durante una riunione, davanti a un capo, durante una presentazione o quando bisogna prendere parola davanti a un gruppo. Il pensiero che emerge è quasi sempre lo stesso: meglio non esporsi.
È così che nasce l’autosabotaggio comunicativo.
Le dinamiche di manipolazione nei contesti professionali
Accanto all’automanipolazione, nel mondo del lavoro esistono anche dinamiche di manipolazione esterna. Non sempre sono intenzionali e non sempre sono consapevoli, ma esistono e spesso agiscono in modo sottile, quasi impercettibile. Non si presentano quasi mai con forme di aggressività esplicita. Al contrario, spesso si nascondono dietro frasi apparentemente innocue, che però nel tempo finiscono per influenzare profondamente la sicurezza e la libertà comunicativa delle persone.
Succede, ad esempio, quando un capo svaluta sistematicamente le idee dei collaboratori. Non sempre lo fa con un attacco diretto. Più spesso utilizza formule linguistiche che sembrano neutre, ma che in realtà insinuano dubbio o inferiorità. Frasi come: “Sì, l’idea è interessante, ma forse non hai ancora abbastanza esperienza per valutarne davvero le implicazioni”, oppure “Capisco il tuo punto, ma qui le cose funzionano in modo diverso da come pensi”. A volte il messaggio arriva sotto forma di falsa protezione: “Lo dico per il tuo bene, ma forse è meglio se questa volta lasci parlare qualcuno con più esperienza”.
Ci sono poi forme di manipolazione più sottili che passano attraverso la creazione di competizione tra colleghi. Un capo potrebbe dire: “Interessante quello che hai proposto, anche se il tuo collega ieri aveva già accennato qualcosa di simile… forse dovreste coordinarvi meglio”. Oppure: “Mi aspettavo qualcosa di più strutturato da te, considerando il livello del team”. Sono frasi che non attaccano direttamente, ma insinuano continuamente il dubbio di non essere all’altezza.
Un’altra dinamica molto diffusa è l’uso del senso di colpa per ottenere più lavoro o maggiore disponibilità. Qui la manipolazione si veste spesso di apparente fiducia o riconoscimento: “So che posso contare su di te, perché sei una persona responsabile”. Oppure: “Gli altri in questo momento sono molto sotto pressione, tu sei quello che può darci una mano”. Ancora più sottile è quando si introduce il confronto implicito: “Tutti gli altri stanno facendo uno sforzo in più in questo periodo”.
Anche tra colleghi possono emergere dinamiche manipolative. Ad esempio quando qualcuno interrompe sistematicamente gli interventi altrui con frasi come: “Aspetta, forse non mi sono spiegato bene prima”, riprendendo il controllo della conversazione. Oppure quando si minimizza il contributo di qualcuno dicendo: “Sì, è quello che stavamo già dicendo prima”, anche quando l’idea è stata appena introdotta.
Ci sono poi frasi apparentemente collaborative che in realtà nascondono un tentativo di appropriazione: “Potremmo sviluppare meglio quell’idea che hai accennato”, e poi l’idea viene ripresentata come propria. Oppure: “Lascia che la presenti io, così la spieghiamo nel modo giusto”.
In questi contesti la manipolazione diventa una dinamica relazionale che influenza profondamente la comunicazione. Non sempre le persone riescono a riconoscerla subito. Spesso viene percepita solo come una sensazione vaga: il sentirsi messi continuamente in discussione, il sentirsi meno sicuri quando si parla, il dubitare delle proprie idee.
Molte persone reagiscono a queste dinamiche nel modo più comune: si ritirano. Parlano meno, espongono meno idee, si proteggono. Pensano che sia meglio non esporsi troppo, evitare il confronto, restare sullo sfondo.
Ma così facendo accade qualcosa di molto interessante e allo stesso tempo pericoloso: la manipolazione esterna si trasforma in automanipolazione.
Le frasi che prima arrivavano dall’esterno iniziano a diventare dialogo interno: “Forse non è un’idea così buona”, “Magari non ho considerato qualcosa”, “Meglio non intervenire questa volta”. A quel punto la persona non ha più bisogno di essere svalutata dagli altri, perché ha già interiorizzato quel copione.
Ed è proprio lì che il meccanismo diventa più potente. Perché il silenzio non nasce più dal contesto, ma da una convinzione che si è radicata dentro. E quando questo accade, la comunicazione smette di essere uno spazio di espressione e diventa uno spazio di auto-limitazione.
Il momento in cui il copione può cambiare
Tutto può diventare comunicazione
Una delle cose che ammiro molto di Francesca Fialdini è anche il modo in cui vive la comunicazione attraverso linguaggi diversi. La scrittura, le interviste, il racconto delle storie, ma anche il ballo, il canto e il mettersi in gioco attraverso forme espressive differenti.
Come se ogni linguaggio fosse un altro modo per raccontarsi e creare connessione. È qualcosa che mi risuona profondamente, perché più vado avanti nel mio lavoro più mi convinco di una cosa: nella comunicazione non esistono confini rigidi. Se ne comprendiamo davvero il significato più profondo, tutto può diventare comunicazione.
Una parola, una storia, un gesto, una voce che racconta. Comunicare significa esprimere se stessi, condividere ciò che siamo e creare lo spazio perché anche gli altri possano fare lo stesso.
Alla fine della serata ho avuto il piacere di stringere la mano a Francesca Fialdini e di scambiare con lei qualche parola. A volte bastano pochi minuti per riconoscere quando qualcuno crede davvero, con autenticità, nel potere della comunicazione. Il potere di far emergere le storie, il potere di dare voce alle persone e il potere di creare connessione. Ed è sempre bello incontrare chi condivide questa stessa visione. Perché, in fondo, quando la comunicazione è autentica, accade qualcosa di molto semplice ma profondamente umano: le persone ritrovano la propria voce.

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Un abbraccio,
Chiara
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