Ieri, sabato 23 agosto, a Philadelphia, si è conclusa la finale dei Campionati Mondiali di Public Speaking Toastmasters 2025.
Un evento che ogni anno richiama i migliori oratori da tutto il mondo, pronti a salire sul palco per ispirare, emozionare e lasciare un segno. Quest’anno il titolo è andato a Sabyasachi Sengupta, un oratore che ha saputo incantare pubblico e giuria con una miscela esplosiva di storia personale, umorismo, energia e autenticità.
Il suo messaggio, semplice e universale, ha colpito al cuore:
👉 Non serve un palcoscenico per essere un performer. Il vero palco è la vita di tutti i giorni.
Il potere dello storytelling
Ogni discorso memorabile nasce da una storia. Sabyasachi Sengupta ne ha scelta una che unisce fragilità, cultura ed emozione.
Racconta del padre che gli aveva imposto tre sole strade: diventare medico, ingegnere… o delusione.
Con un sorriso e tanta ironia, ammette di aver scelto “l’Everest della delusione”: voleva fare l’attore di Bollywood.
Ci porta dentro all’audizione di Romeo e Giulietta, interpretando la scena con gesti e voce che scatenano risate fragorose. Ma subito dopo arriva il crollo: gli altri ridono di lui e il suo sogno muore.
In quel momento, chiunque nel pubblico rivede se stesso: chi non ha mai sentito deridere un proprio sogno?
È qui che lo storytelling diventa potente: non è più solo la storia di Sabyasachi. È la storia di tutti noi.
Autoironia e connessione
Uno dei tratti più forti del discorso è l’uso dell’autoironia.
Battute come:
“I wanted to climb the Mount Everest of disappointment.”
“Gli altri attori erano alti ed entusiasti… io ero entusiasta.”
“I professionisti della finanza dormono con un foglio Excel.”
Sono momenti che fanno ridere, sì, ma fanno anche qualcosa di più: abbassano la distanza tra oratore e pubblico.
Quando un oratore ride di se stesso, dimostra coraggio e vulnerabilità. E questo crea fiducia.
Il pubblico non ride di lui, ride con lui. E in quell’istante si crea una connessione autentica.
Pubblico come protagonista
Un altro aspetto vincente è il modo in cui Sabyasachi Sengupta coinvolge il pubblico.
Non parla “a” chi ascolta, parla con chi ascolta.
Dall’inizio li chiama “my dear performers”, li invita a partecipare con un “hoo-hoo”, li fa sentire parte della sua stessa missione.
Questa scelta linguistica non è casuale: trasforma la sala in una comunità, un cerchio di persone che condividono la stessa energia.
Chiunque, in quel momento, si sente parte di un movimento, non solo spettatore di un discorso.
Voce, ritmo e pause
La gestione della voce è impeccabile.
Sengupta alterna:
frasi veloci, ritmate, che trasmettono energia,
pause nette che creano suspense e attenzione (“A clicker. And a projector.”),
ripetizioni che danno musicalità e rafforzano i concetti (“Some days you’ll be trolled. Some days you’ll be rejected…”).
Questa alternanza tiene l’attenzione sempre alta: nessuno si annoia, nessuno si distrae.
È la dimostrazione di quanto la voce non serva solo a “dire”, ma a guidare le emozioni di chi ascolta.
Il linguaggio del corpo: energia pura
Se la voce cattura le emozioni, il corpo le rende concrete.
Ogni gesto di Sabyasachi Sengupta è coerente e descrittivo:
si abbassa e bacia il palco, mostrando un amore viscerale per la scena,
usa le braccia per illustrare i suoi racconti, facendo “vedere” al pubblico ciò che descrive,
mantiene un contatto visivo costante, con uno sguardo luminoso e sorridente che trasmette energia positiva.
Non c’è rigidità, non ci sono movimenti casuali. Tutto il linguaggio del corpo sostiene e amplifica il messaggio, rendendolo vivo e memorabile.
Originalità e chiusura memorabile
Il discorso mescola elementi culturali lontani (India, Bollywood, Amsterdam, finanza) e li trasforma in un’unica storia di crescita e rinascita.
E soprattutto, chiude in modo circolare.
Il “just nod” che all’inizio era una battuta comica, torna alla fine come invito universale: affronta la vita con coraggio, indossa il tuo vestito rosso, sali sul palco della tua quotidianità… e sorridi.
Un finale che unisce emozione, umorismo e ispirazione, lasciando a chi ascolta un’immagine fortissima e facile da ricordare.
Il momento del CEO, “Chief Entertainment Officer”
Uno dei passaggi più brillanti del discorso è quando Sabyasachi racconta la svolta nella sua carriera in finanza.
Dopo una presentazione improvvisata che sorprende colleghi e capi, il suo manager gli dice:
“Dude, you should be the new CEO. Promotion? No… Chief Entertainment Officer.”
Un gioco di parole che strappa una risata, ma che contiene una verità profonda: il talento che lui aveva sempre nascosto – la vena da performer – era in realtà ciò che lo rendeva unico, speciale, indimenticabile.
È un momento chiave, perché mostra come la nostra autenticità, quella che spesso cerchiamo di reprimere per “adattarci”, può diventare proprio il tratto che ci valorizza di più.
La lezione che ci lascia Sabyasachi Sengupta
Il discorso di Sabyasachi è un inno al coraggio.
Non al coraggio di non avere paura, ma al coraggio di esprimersi nonostante la paura.
Di non aspettare il palcoscenico perfetto, ma di portare il performer che è in noi anche in un ufficio, in una riunione, in un incontro quotidiano.
Perché ogni volta che scegliamo di liberarci dalle etichette, dai giudizi, dal timore del ridicolo… non solo ci esprimiamo meglio, ma possiamo davvero cambiare la giornata, o persino la vita, di qualcun altro.
👉 La verità è che non serve un titolo, un ruolo o un riconoscimento per essere “performer”. Serve solo il coraggio di iniziare.
E tu, sei pronto a salire sul tuo palco quotidiano?
PS: Guardando Sabyasachi sul palco, non ho potuto non ricordare l’emozione di quando anch’io, nel 2020, ho vinto i Campionati Europei di Public Speaking. In quell’occasione ho portato un discorso in tedesco, ma con un messaggio universale che ha toccato tante persone.
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Un abbraccio,
Chiara
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