Aggiornato al: 1 Ottobre, 2026

Perché il consiglio “sii te stesso” nel public speaking può essere fuorviante?

“Devi solo essere te stesso.”

È uno dei consigli più dati nel public speaking. E apparentemente sembra anche un buon consiglio: rassicurante, semplice, umano. Il problema è che spesso viene interpretato male. Oggi si parla tantissimo di autenticità nella comunicazione. Ma proprio per questo è anche uno dei concetti più fraintesi. Molti professionisti pensano che comunicare in modo autentico significhi semplicemente parlare “come viene”, andare a braccio, non prepararsi troppo per non sembrare costruiti.

In realtà non basta.

Essere se stessi senza consapevolezza significa portarsi dietro anche automatismi, paure, rigidità e modalità comunicative poco efficaci. Non tutto ciò che è spontaneo è autentico. A volte è semplicemente non allenato.

Il mito della spontaneità

Molte persone associano il metodo alla perdita di autenticità.

Temono che imparare tecniche di comunicazione le renda artificiali, costruite, poco naturali. È una paura comprensibile, ma nasce da un presupposto sbagliato: l’idea che la naturalezza coincida con l’assenza di struttura. In realtà, la comunicazione funziona esattamente come molte altre discipline.

Pensiamo alla musica. Un grande pianista non improvvisa bene perché ignora le regole. Improvisa bene perché le ha interiorizzate così tanto da potersi muovere liberamente all’interno di esse.

Lo stesso vale per il public speaking. La comunicazione efficace non nasce dal caos. Nasce dall’integrazione tra autenticità personale e competenza comunicativa. Ignorare le regole non ti rende autentico. Ti rende casuale.

Quando “essere sé stessi” diventa una trappola

Quante volte sentiamo frasi come:

  • “Io sono fatto così.”
  • “Parlo a ruota libera.”
  • “Non voglio prepararmi troppo.”
  • “Se preparo troppo perdo spontaneità.”

Dietro queste affermazioni, spesso, non c’è autenticità. C’è paura. Paura di esporsi davvero, del giudizio, di mettersi in discussione, di non riuscire… Allenarsi significa accettare che ci sia spazio di miglioramento. E questo, per molte persone, è scomodo.

Recentemente, durante un’aula di Public Speaking in Banca Malatestiana, un top manager mi ha detto una frase molto interessante: “Io non sono capace di fare domande quando parlo in pubblico. Mi viene spontaneo parlare in modalità monologo e mi rendo conto di risultare piuttosto noioso.”

Era convinto che quella non fosse una sua capacità naturale. Pensava che fare domande efficaci durante un discorso fosse qualcosa che alcune persone possiedono spontaneamente e altre no.

Durante il training abbiamo lavorato sulla qualità della presenza, sull’ascolto e sulla costruzione delle domande. Dopo poche esercitazioni, il cambiamento è stato evidente: fare domande è diventato per lui sempre più naturale e spontaneo, e questo ha generato immediatamente maggiore coinvolgimento, attenzione e partecipazione nel gruppo.

Sii te stesso nel Public Speaking non sempre basta!
Chiara Alzati – Public Speaking per Top Manager, Banca Malatestiana, Rimini

Il punto interessante non è solo che abbia migliorato una competenza. È che abbia scoperto un potenziale che pensava di non avere.

Questo succede molto spesso nel public speaking: le persone confondono i propri automatismi attuali con la propria identità.

Ma ciò che oggi ti viene difficile non definisce ciò che sei. Definisce semplicemente ciò che non hai ancora allenato.

Parlare non significa comunicare

Uno degli errori più frequenti nel public speaking è confondere il parlare con il comunicare.

Parlare è emettere parole. Comunicare significa generare comprensione, connessione e impatto.

Quando vai completamente a braccio, il rischio è alto:

  • perdi pezzi importanti
  • ti dilunghi
  • ripeti concetti
  • sei poco chiaro
  • dici cose corrette nell’ordine sbagliato
  • sovraccarichi il pubblico

E anche se tu ti senti spontaneo, chi ascolta potrebbe sentirsi perso.

Il problema è che spesso valutiamo la nostra comunicazione solo dal punto di vista interno:
“Mi sentivo naturale.”
“Mi sentivo tranquillo.”
“Mi sembrava di aver detto tutto.”

Ma il vero parametro è un altro: Cosa è arrivato davvero al pubblico? Perché un contenuto è utile solo quando viene compreso, assimilato e ricordato.

La vera autenticità richiede allenamento

L’autenticità vera non elimina il metodo, ma lo integra.

Un comunicatore efficace non recita un personaggio, ma non lascia nemmeno tutto al caso. Sa trovare un equilibrio tra struttura e naturalezza. Ed è qui che nasce una delle evoluzioni più importanti nel public speaking:

passare dal comunicare “come viene” al comunicare con intenzione.

Quando una persona inizia ad allenarsi davvero, succede qualcosa di interessante: non perde se stessa. Anzi.

Spesso smette finalmente di essere ostacolata da:

  • ansia
  • automatismi
  • eccesso di autocontrollo
  • paura del giudizio
  • dispersione mentale

E riesce a far emergere una versione più chiara, centrata ed efficace di sé.

Radicamento e flessibilità: i due pilastri dell’autenticità

L’autenticità vera nasce dall’integrazione di due elementi:

1. Radicamento

Significa conoscere chi sei:

  • i tuoi valori
  • il tuo stile
  • il tuo modo di sentire
  • la tua intenzione comunicativa

Un comunicatore radicato non copia gli altri. Non recita. Non forza uno stile che non gli appartiene.

Ma allo stesso tempo…

2. Flessibilità

Significa saper adattare il messaggio:

  • al pubblico
  • al contesto
  • al tempo
  • all’obiettivo

Comunicare non significa esprimersi e basta. Significa creare connessione. E la connessione richiede ascolto, adattamento e consapevolezza. Chi è troppo rigido nel nome dell’“autenticità” spesso comunica bene solo quando tutto è perfettamente sotto controllo. La vera efficacia emerge invece quando riesci a restare te stesso anche cambiando approccio.

L’errore di mettere il focus su se stessi

Un altro rischio nascosto dietro il “sii te stesso” è che la comunicazione diventi troppo centrata su chi parla. Molti professionisti, mentre parlano, sono focalizzati su:

  • come appaiono
  • cosa stanno pensando gli altri
  • se stanno sbagliando
  • se stanno dimenticando qualcosa

Questo genera autocontrollo, tensione e perdita di presenza. I comunicatori più efficaci fanno invece un passaggio fondamentale: spostano il focus da sé stessi al pubblico.

Non pensano: “Come sto andando?”

Ma sono totalmente concentrati sul pubblico, per calibrarlo e mantenere costante la connessione emotiva e cognitiva. Ed è proprio questo cambio di focus che rende la comunicazione più autentica. Solo quando smetti di proteggere la tua immagine e ti lasci libero di condividere (senza ansia da prestazione), inizi davvero a comunicare.

Essere autentici non significa rimanere uguali

Crescere nella comunicazione non vuol dire diventare artificiali. Vuol dire diventare più consapevoli, più presenti. più chiari, più efficaci, e più liberi. Molte persone hanno paura che imparare un metodo faccia perdere spontaneità. In realtà accade il contrario: il metodo riduce il rumore mentale e permette all’identità comunicativa di emergere con più forza. Per questo il consiglio corretto non è: “Basta essere te stesso.” Ma piuttosto: “Diventa una versione più consapevole, allenata ed efficace di te stesso.”

Ricorda: nel public speaking non basta avere qualcosa da dire. Conta come lo fai arrivare.

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Un abbraccio,

Chiara

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